Siamo tutti partecipi del processo, siamo tutti partecipi del crimine

“Tra il mito e la paura. Il Mediterraneo come conflitto”
Esposizione dell’IVAM, Valencia (Spagna)

Siamo tutti partecipi del processo, siamo tutti partecipi del crimine: una frase metaforica che scaturisce dal messaggio che l’artista libanese Akram Zaatari, insieme ad altri artisti, trasmette con la sua opera esposta nell’Istituto Valenziano dell’Arte Moderna (IVAM), in una esposizione dal titolo “Tra il mito e la paura. Il Mediterraneo come conflitto”. Guardare e passeggiare tra le opere che fanno parte della mostra mi ha spinto ad una serie di riflessioni sulla responsabilità e sulla colpa, sull’empatia e sull’elusione delle enormi violazioni di diritti umani che viene perpetrata giornalmente, soprattutto in riferimento al modo in cui stiamo affrontando il tema “rifugiati” e loro stessi, non solo lungo le frontiere o nei centri di accoglienza ma all’interno delle nostre stesse conversazioni.

L’IVAM espone le opere di trenta artisti di differenti paesi: Libano, Marocco, Algeria, Albania, Francia, Germania e Spagna, il cui leitmotiv è di presentare al pubblico i cambiamenti avvenuti all’interno del Mediterraneo nell’ultimo secolo. Il Mediterraneo come luogo mitizzato, allegro, amabile, che si è trasformato in uno spazio di razzismo, immigrazione e violenza e molti altri concetti ed aggettivi che si riassumono in un’unica parola: orrore.

IVAM-Mediterraneo-003

Uno degli obiettivi di questa esposizione è quello di risvegliare nello spettatore la curiosità di conoscere meglio quei paesi che, nonostante siano bagnati dallo stesso mare, possiedono culture molto distinte e che spesso, per mancanza di conoscenza, sono considerate con disprezzo. Allo stesso modo commentava Jose Miguel Cortés, commissario dell’esposizione, nel programma “Miradas” di RTVE: “Sono paesi che possiedono una cultura millenaria a cui dovremmo essere capaci di avvicinarci per imparare, per conoscere tutta la gran quantità di cultura e di arte che possono offrirci”.

Torniamo alle riflessioni sorte a partire dalle oltre cento opere, composte da pitture, fotografie, infografiche ed elementi audio-visuali di differenti autori. In realtà solamente alcune di esse sono riuscite a farmi calare nella tematica, soprattutto quelle il cui argomento rappresentava lo “spavento” dell’esposizione. Una delle riflessioni è stata proprio il chiedermi il perché deleghiamo la nostra colpa agli altri, espiando qualsiasi tipo di responsabilità su argomenti che ci mettono a disagio o che non sappiamo come maneggiare, risolvere o, semplicemente, di cui non possediamo una conoscenza per la partecipazione. Ciò succede molto spesso a proposito di questioni relative alla violazione dei diritti umani.

Come eliminare tale senso di colpa? A volte, quando la problematica è così complessa e di tale gravità, sembra che si possa fare poco. E’ proprio in quel momento che le scuse per eludere tutte le responsabilità sul caso si fanno più facili. Ciononostante, ripeto, tutti siamo partecipi del processo e tutti siamo partecipi dei crimini.
Mi chiederete: “Come posso influire sulle decisioni che i governi europei portano avanti a proposito di tale crisi umanitaria?”. Non ho una chiave di lettura precisa; ciononostante mi piacerebbe invitarvi a fare un piccolo sforzo: non potrete influire direttamente su tali decisioni ma di sicuro potrete ottenere un cambio sulla visione del mondo che la gente che vi circonda possiede.

L’esercizio che potreste fare è quello di non reiterare i discorsi razzisti, discriminatori, e, perché no, XENOFOBI, che i mezzi di comunicazione stanno diffondendo in molti casi. Convertitevi in una di quelle persone per alcuni minuti e chiedetevi: cosa farei io nella sua situazione?

Los amantes obra de 2008 por Zineb Sedira

Lovers, Zineb Sedira

Nell’esposizione, alcuni autori accompagnano ad empatizzare con i rifugiati, a sentirsi vittima del conflitto. Io ho provato ad immaginarmi come rifugiata, immigrata, come una di loro.

Lo sradicamento. Il viaggio va al di là dell’elemento fisico, “oltre la distanza che separa due paesi o la distanza che può esistere tra due rive”. Dover lasciare qualcosa quando realmente non vuoi andar via. Le fotografie di Zineb Sedira fanno vedere la desolazione che rimane nei cuori se si scappa da un luogo a cui non smetterai mai di appartenere; immagino che la luce negli occhi di tali persone non sarà mai più la stessa.

Essere un “invisibile”. Appartenere a quelle persone che la società non ha il tempo di vedere, così come segnala Mathieu Pernot nel suo lavoro.

La vita sempre in transito. Non riuscire a stabilirsi dato che vedrai sempre il nuovo contesto come un luogo di passaggio. Nonostante questo, la realtà ti colpisce con l’impossibilità del tuo ritorno. Il tuo essere, la tua persona, è così impegnato nella mera sopravvivenza che immaginare un futuro non è altro che ricreare ciò che hai avuto nel passato. Come dice Adrian Paci, il vivere “legato alla tua storia e alla tua memoria”.

Nella terra di nessuno, né dentro né fuori. Ogni riva una frontiera. Xavier Arenós ci conduce ad immaginare questo momento come uno spazio bianco in cui si ritrovano le forze più violente ed oscure, in cui si dà spazio all’incontrollato e all’illegale. La lotta per entrare o, in base al punto di vista da cui si guarda, per uscire.

L’immaginario collettivo di un migrante alla ricerca di un rifugio totalmente disegnato nelle nostre menti. Sergio Belinchón presenta un video in cui ci fa lavorare per cambiare questa idea tramite un lavoro collettivo empatico: vi immaginate una persona bionda, alta, con occhi azzurri che scavalca le frontiere di Melilla per raggiungere l’altro lato?

Non c’è bisogno di enumerare tutti i diritti umani ricompresi nella nostra dichiarazione dei diritti umani che vengono violati quando neghiamo il passaggio di migliaia di persone che non viaggiano per amore verso i nostri paesi europei, ma che stanno correndo via dalla loro personale tortura, abbandonando le loro case, beni materiali e, soprattutto, la loro quotidianità e le loro radici.

Dall’incanto al disincanto.

Nerea

 

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