Una macelleria tutta italiana, ovvero il permesso di torturare

Ogni volta che un tema esplode sui mass media mi viene l’orticaria.

Odio scrivere a caldo o lanciarmi in giudizi affrettati, soprattutto quando tutti e tutte diventano esperti piloti di Airbus, provetti comandanti di navi da crociera, politologi incalliti e ferratissimi in materia di corruzione, peculato ed affini, nonché eruditi economisti.

Pochi giorni fa, però, è rapidamente diventata virale una notizia che, toccando i temi della violazione di diritti umani, dell’intervento risolutivo della giurisprudenza sovranazionale e della lacuna legis dell’ordinamento penale italiano, mi ha letteralmente obbligata a cercare un computer e buttare giù un paio di righe.

E non solo per dire la mia su di un argomento che, all’epoca della mia tarda adolescenza, mi aveva turbato in maniera viscerale, piuttosto per permettermi di avere un rapido abstract da utilizzare per contestualizzare amici ed amiche che non masticano bene l’italiano e che hanno difficoltà  nel reperire informazioni di prima mano (benedetto gap culturale e linguistico).

La querelle che infiamma il dibattito di questi giorni risale al lontano luglio del 2001, quando si svolse a Genova il G8, il famoso summit tristemente noto per la morte di Carlo Giuliani.

Ma non solo.

La notte del 21 luglio, a seguito di un’interminabile giornata fatta di infiltrati, violenze e prevaricazioni varie (non esagero, basta cercare il materiale messo in rete dai giornalisti di Indymedia per rendersene conto), la polizia assaltò due scuole, la Diaz e la Pascoli: inizialmente destinate dal Comune di Genova a sede del media center del Genoa Social Forum, in un secondo momento, a seguito delle piogge, adibite a dormitorio. Le persone arrestate durante i vari assalti vennero, poi, portate nella caserma di Bolzaneto (altro tragico capitolo su cui non mi soffermo).

Senza addentrarmi in valutazioni di merito, trascrivo solo la descrizione del vice questore aggiunto del primo reparto mobile di Roma dell’epoca, Michelangelo Fournier, che riportò in auge una definizione nata con la Rivoluzione Messicana, riutilizzata per Piazzale Loreto e abbandonata nel dimenticatoio fino a quel momento, cioè “macelleria messicana”: “Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese, stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai “basta, basta” e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze”.

Dopo anni di vicissitudini giudiziarie alquanto discutibili, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU, sì, meglio chiamarla così piuttosto che usare al solito un’antonomasia) ha accolto la richiesta del ricorrente, Arnaldo Cestaro, e ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertá fondamentali del 1950 (anche questa CEDU), che così recita: “Proibizione della tortura: Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani o degradanti

La sentenza Cestaro c. Italia n.6884/11 è destinata a diventare un interessantissimo quanto potente precedente per tutti quei ricorsi presentati alla CEDU per i fatti della scuola Diaz e di Bolzaneto. Ma, soprattutto, mette in luce una gravissima lacuna della legislazione penale nostrana, ossia la mancanza di una previsione legislativa che sanzioni i comportamenti ascrivibili al reato di tortura; e ciò nonostante l’Italia abbia ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura del 1984, ovvero ben vent’anni fa.

Il nostro corpo legislativo è pericolosamente incompleto.

Per la giurisprudenza classica, o meglio, per la giurisprudenza giuspositivista, le lacune legislative in realtà non esisterebbero, essendo piuttosto classificabili come lacune assiologiche, e cioè non tanto come un’assenza di una norma che disciplina un determinato ambito, piuttosto come la mancanza di una norma che dovrebbe disciplinare la fattispecie in base al criterio di giustizia adottato dall’interprete.

Questa definizione – probabilmente eccessivamente macchinosa e contorta per i non operatori del diritto e che salverebbe in corner (oserei dire, in un corner squisitamente italiano) la manchevolezza della giurisprudenza nostrana – è stata (fortunatamente) abbandonata via via anche dai giuspositivisti che, attualmente, tenderebbero non più ad adottare ad occhi chiusi la teoria della completezza (a priori) dell’ordinamento giuridico, piuttosto a considerare tale teoria come un ideale a cui dover tendere.

Cosa accade, quindi, quando un ordinamento giuridico di Civil Law manca di una norma di carattere generale che statuisca, anche in via generica, la regolamentazione di un determinato comportamento delittuoso di un soggetto di diritto?

In Italia, per fronteggiare casi del genere, interviene l’articolo 12 delle Preleggi (o disposizioni sulla legge in generale) in cui si stabiliscono i principi da adottare per la risoluzione pacifica delle controversie: la vox iuris, analogia legis, analogia iuris e i riferimenti alle cosiddette norme generali esclusive ed inclusive.

Proprio a queste ultime due faceva riferimento Norberto Bobbio, il quale sosteneva che la loro contemporanea presenza all’interno di un ordinamento, come quello italiano, in assenza di un tertium genus, avrebbe portato a grandi contraddizioni e inevitabilmente a far riflettere sulla incompletezza dello stesso ordinamento.

Il discorso, fatto in questo modo, appare altamente teorico e inconcludente.

Però immaginiamo che un ordinamento sia privo delle statuizioni che puniscano il reato di tortura e che venga perpetrata la tortura ai danni di cittadini e cittadine che manifestano, in ossequio ad un loro diritto, contenuto nella Costituzione vigente.

Cosa potrebbe succedere, esistendo delle disposizioni di interpretazione della legge confliggenti tra loro stesse?

Elisabetta

Foto: Han Soete

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