Il femminicidio è una questione politica

L’11 febbraio scorso Özgecan Aslan, una studentessa diciannovenne, è stata brutalmente assassinata nella cittadina turca di Mersin. Le proteste della cittadinanza sono state enormi: molte persone impegnate attivamente nella lotta per i diritti delle donne in Turchia hanno chiesto al governo di assumersi maggiori responsabilità quando si verificano casi del genere. Intervista a Nurcan Bayraktar (*).

Perché l’assassinio di Özgecan Aslan ha scatenato così tante reazioni?

Esistono molti motivi ma personalmente credo che sia stata l’ultima goccia a far traboccare il vaso. Per anni ogni 4-5 giorni in Turchia sono state ammazzate delle donne ed il governo stesso alimenta il sistema patriarcale contro la loro sicurezza. In un paese in cui gli stupratori e gli assassini non sono puniti correttamente o sono rimessi in libertà dal sistema di giustizia, le donne hanno dovuto muoversi da sole. I movimenti femministi in Turchia hanno raggiunto un grande successo grazie a diverse campagne di sensibilizzazione: ogni giorno sempre più donne prendono coscienza del fatto che qualsiasi cosa indossino, qualsiasi sia la loro nazionalità, ovunque vivano o lavorino, in famiglia o per strada, le molestie sessuali le danneggiano e nessuno le può proteggere. I social media giocano un ruolo molto importante, denunciando o raccontando le esperienze di donne che subiscono violenze sessuali.

Si possono raccontare anche altri particolari: per esempio, Özgecan era una Alevi, così come Berkin Elvan, il ragazzo morto durante le proteste di Gezi. Parte della società è già stata colpita dalle azioni governative contro di essa e, dal momento della diffusione delle proteste del movimento Gezi Park, non si è dimenticato nulla, le ferite stanno ancora sanguinando!

Un altro particolare può essere il fatto che l’assassino era un nazionalista che aveva poco rispetto delle donne. Ed ovviamente anche il padre dell’assassino ha giocato un altro ruolo importante: la sua attitudine nei confronti della moglie ha modellato l’attitudine di suo figlio nei confronti di sua moglie e di tutte le donne che aveva attorno.

La morte di Özgecan Aslan ha cambiato qualcosa nelle discussioni sui diritti delle donne?

Nel passato, la tendenza era quella di nascondere le violenze sessuali quasi fossero dei segreti, cosa che ha solo aiutato ad incrementare il crimine. Forse ora, per la prima volta, le donne hanno preso la parola e hanno detto “questa è una faccenda di donne, gli uomini che non aiutano a prevenire le violenze sessuali non hanno il diritto di parlarne né di dire una sola parola!”. La solidarietà femminile è stata dimostrata apertamente, per la prima volta. Dopo la morte di Özgecan le donne hanno compreso che questi assassini non sono psicopatici ma persone che vivono nelle stesse nostre case, nella stessa strada, nello stesso ufficio, che incontriamo ovunque nella nostra vita quotidiana, mentre gli uomini si sono resi conto che, in realtà, anche i loro dialoghi “tra uomini” possono essere dannosi per una donna, cosa che le donne non permetteranno più.

Un’ultima ragione sono le prossime elezioni. Le donne vogliono far vedere sul serio che questa mentalità non sarà più accettata e sarà questo a fare la differenza durante le elezioni.

Di conseguenza posso certamente affermare: i femminicidi sono questioni politiche!

Proprio un giorno prima del 25 Novembre, la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, ha affermato che “non si possono mettere gli uomini e le donne allo stesso livello; ciò è contro natura perché la loro natura è distinta”. Qual è stata la tua reazione a tale commento?

Non mi ha sorpreso, anche perché non era la prima volta che dichiarava cose del genere. Per poter legittimare le proprie azioni riguardo i diritti delle donne, ha creato la sua prima Ong, KADEM. Il 25 novembre quasi tutte le organizzazioni di donne hanno inviato dei comunicati stampa al giornale Hürriyet contro le dichiarazioni del Presidente e hanno diffuso dei comunicati. Su Twitter gente di tutto il mondo ha inviato le proprie foto mostrando la propria presa di posizione e tutte queste foto sono state condivise sui social media.

Però tutto ciò che KADEM dichiara proviene dall’agenda politica del governo, dato che stiamo parlando di una ong creata ad hoc. Pertanto potrebbe essere chiamata “GO-NGO” e non ong.

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Parlando di disuguaglianza di genere, quali sono gli argomenti più importanti in Turchia?

Mettiamola così: in Turchia non c’è disuguaglianza di genere ma patriarcato. E se parliamo di patriarcato l’argomento più importante è (ovviamente) la violazione del diritto alla vita. Il numero di donne assassinate dai propri mariti, fidanzati, fratelli, padri e da tutti gli altri membri maschili della famiglia ha raggiunto quota di 3-5 donne al giorno; il problema è semplicemente che la legge patriarcale non è sufficiente per proteggere una donna. Gli assassini patriarcali hanno sempre una scusa per giustificarsi, dicendo ad esempio che sono impazziti, cosa che è accettata dalla Corte patriarcale come attenuante. Al contrario, quando una donna uccide un uomo è considerata un’azione premeditata. La Turchia ha urgente bisogno che venga creata una legislazione che protegga e proibisca, ma che soprattutto sia elaborata non dagli uomini ma dalle donne.

Sfortunatamente, il governo patriarcale non aiuta per niente, anzi, continua ad alimentare il sistema. Pensate alla proibizione dell’aborto: potete immaginare cosa possa significare essere sequestrate, obbligate alla prostituzione, rimanere incinta e non avere il diritto all’aborto? E posso elencare altri casi, quali la disuguaglianza nell’educazione, nelle opportunità di lavoro e politiche, la strumentalizzazione delle donne all’interno delle famiglia, i discorsi di odio ed i crimini, l’oppressione e la discriminazione.

Come sta affrontando il governo turco i casi di violenza contro le donne?

Il governo, sfortunatamente, dichiara a gran voce che donne e uomini per natura non possono essere uguali! Partendo da questa mentalità non ci si può aspettare un miglioramento nella risoluzione dei problemi di violenza contro le donne. Tuttavia, a partire dalla fine del 2014, è stata creata una commissione di ricerca all’interno del Parlamento per investigare sulle cause della violenza contro le donne, una commissione, però, che non accetta che le donne e gli uomini possano essere trattati allo stesso modo! Oppure: abbiamo il Ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali. Il nome di questo ministero fino al 2011 era “Ministero della Donna, della Famiglia e delle Politiche Sociali”. Hanno cambiato il nome per far vedere la loro donna ideale, quella che sta in famiglia!

Ci troviamo davanti al maggiore ostacolo della legge: i legislatori e coloro che sono incaricati di far rispettare la legge erano e sono ancora uomini con mentalità patriarcale. Anche dopo un divorzio gli uomini e le donne non sono trattati equamente dalla legge turca: un uomo può risposarsi già il giorno dopo il divorzio, la donna, invece, deve attendere 300 giorni o deve provare con documentazione ad hoc di non essere incinta (e parlo per esperienza personale).

Cos’è successo esattamente?

Io ed il mio avvocato, specializzato in diritti delle donne, siamo andati in tribunale per dissentire con tale pratica (cioè quella di dover produrre una documentazione che provi di non essere incinta), argomentando che ciò va contro i diritti della donna. Abbiamo allegato tutti gli articoli degli accordi nazionali ed internazionali indirizzati alla protezione dei diritti delle donne (la legge costituzionale turca, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Convenzione per l’Eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), la Convenzione di Istanbul, ecc.). Il giudice non ha nemmeno letto gli articoli e noi abbiamo perso la causa, causa che, attualmente, è in appello. Siamo in attesa della risoluzione finale per portare il caso davanti alla Corte di Giustizia Europea (ECJ). Sfortunatamente, abbiamo appreso in questi giorni che il Primo Ministro turco, Ahmet Davutoğlu, sta pensando di rinunciare alla Convenzione di Istanbul che, tra l’altro, venne redatto proprio in e dalla Turchia!

Di cosa parla la Convenzione di Istanbul?

La Convenzione di Istanbul responsabilizza gli stati alla protezione delle donne dalla violenza; gli stati firmatari si ritrovano a dover indennizzare le donne se non riescono a proteggerle. Alla fine del 2014, il Consiglio d’Europa ha esortato i paesi ratificanti la Convenzione di Istanbul ad inviare un proprio rappresentante al Gruppo di Esperti sulle Azioni contro la Violenza sulle Donne e contro la Violenza Domestica (GREVIO).

GREVIO mira a monitorare i paesi per stabilire come e se rispettano la Convezione. Il governo, con una mossa scaltra, ha annunciato all’ultimo momento che solo le ong diventate associazioni potevano prendere parte alle elezioni di tale membro: 69 ong di donne e LGBT sono rimaste fuori dalle elezioni di proposito e indovina chi è stato eletto per andare al GREVIO? Uno dei membri associati dell’Unità Centrale Decisionale e del consiglio di amministrazione di AKP!

Nonostante siano stati firmati, gli accordi internazionali non sono rispettati ed applicati nelle decisioni finali dei tribunali. Sto inviando le richieste di donne e le difese governative alla Corte di Giustizia Europea. Specialmente tramite il CEDAW, le donne vittime di violenza hanno ottenuto il diritto di appellarsi personalmente alla Corte Europea nel momento in cui le corti locali diniegano le loro richieste. In esse si può notare che gli articoli delle convenzioni internazionali sono totalmente ignorati dai tribunali locali.

In che modo i tribunali turchi decidono quando si tratta di violenza contro le donne?

La mentalità dei giudicanti tende ancora a proteggere l’uomo aggressore, appellandosi al cosiddetto “onore maschile”, nonostante esista la legge 6284 chiamata “Protezione della famiglia e prevenzione della violenza contro le donne”, approvata nel 2012. Il vecchio testo di legge escludeva dai soggetti tutelati le donne non sposate: ci sono voluti dieci anni perché il governo modificasse tale esclusione, dato che era in vigore dal 2002. Riguardo, poi, il matrimonio di bambini, il governo non si è ancora mosso. Ma gli accademici e gli avvocati del paese continuano ad insistere su tale argomento. Su richiesta di KAHDEM, un’organizzazione per il supporto legale delle donne, è stata rilasciata una dichiarazione che insiste sulla prevenzione dei matrimoni celebrati prima dei 18 anni.

Esistono casi in cui la situazione delle donne è migliorata negli ultimi dieci anni?

Sì, c’è stato un miglioramento. La consapevolezza riguardo la propria libertà è aumentata. Parecchie donne sono ritornate alla vita lavorativa, sempre più donne con il velo emergono in società, il che è molto importante. I membri dei collettivi LGBT fanno vedere che esistono, le donne curde hanno maggiori poteri nel confronto con il governo. Ciononostante, il governo considera molti di questi miglioramenti come conseguenze del fatto che le donne sono creature che hanno bisogno di protezione, che sono fiorellini, che il loro posto è il cielo, che la loro posizione all’interno della famiglia è importante, che le donne partoriscono, che sono madri e che devono dare alla luce almeno tre bambini.

Basta prendere ad esempio gli incentivi finanziari per le donne che si prendono cura di persone anziane o malate della propria famiglia; o gli incentivi per la prima casa a supporto di coloro che si sposano all’università; la punizione dei flirt adolescenziali come fossero violenze sessuali, per prevenire sì la violenza, ma con il rilascio dei violentatori d’accordo con le regole della violenza sessuale; l’impossibilità di creare piani di collaborazione tra il Ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e le ong di donne o dei collettivi LGBT. Tutte queste espressioni idealizzano la donna e le impediscono di diventare un individuo integrato all’interno della società.

A causa della recente crisi dei rifugiati in Siria ci sono anche molte donne e ragazze che fuggono dalla guerra e cercano asilo in Turchia. Qual è la loro situazione?

Sfortunatamente si leggono cattive notizie su di loro, è difficile per queste donne trovare un buon lavoro. Gli uomini di stampo patriarcale approfittano della loro fame e suggeriscono loro di far sposare le figlie; lo stesso sistema (se non peggiore) è valido per le stesse donne.

Queste donne stanno avendo aiuti da altre donne attiviste in Turchia?

Sì, forse per la prima volta si è verificato veramente un supporto attivo per le donne siriane immigrate fornito da associazioni, ong, attiviste, avvocate e fondi nazionali ed internazionali che permettono loro di farsi una nuova vita e di poter sopravvivere. La Turchia non aveva una vera legislazione in tema d’immigrazione fino a poco tempo fa, ma la Convenzione di Istanbul ha esteso la tutela anche alle donne migranti.

Sono venuta a sapere dalle famiglie siriane che risiedono a Berlino che i costi per la fuga dal proprio paese sono altissimi. Non sono sicura che esistano progetti per aiutarle a rientrare in Turchia o da qualche altra parte sicura del mondo.

(*) Nurcan Bayraktar lotta per i diritti delle donne da molti anni. Scrive regolarmente dell’argomento sul blog “Okurperest”, che si occupa di letteratura, film ed arte in generale. Ha partecipato al libro “Kadınlar Dile Gelince” assieme ad altre 19 donne. Vive tra Istanbul e Berlino.

Intervista: Ralf

Foto: Ralf

Per maggiori informazioni:

Helsinki Yurttaşlar Derneği: http://www.hyd.org.tr
İnsan Kaynağını Gelistirme Vakfı: http://www.ikgv.org
SGDD: http://www.sgdd.org.tr/iSTANBUL-i58
Göçmen Dayanışma Ağı: http://gocmendayanisma.org/blog
KAHDEM: http://www.kahdem.org.tr
Okurperest: http://www.okurperest.com

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