STOP RUMORES: Non è solo una questione di pregiudizi

Le dicerie ed i pregiudizi sui gruppi di popolazioni migranti sfiorano ogni ambito, dal sanitario ai servizi sociali fino ad arrivare all’ambito lavorativo.

Affermazioni del tipo “gli immigranti saturano la sanità, abusano dei servizi di medicina generale e di pronto soccorso e vengono in Spagna perché la sanità è gratuita”, “gli immigranti ottengono più aiuti pubblici degli spagnoli e ricevono maggiore attenzione per il solo fatto di essere immigranti”, o “la mancanza di lavoro in Spagna è colpa delle persone immigranti che “ci tolgono il lavoro””, si stanno radicando nella mente e nell’immaginario collettivo della maggioranza degli spagnoli e delle spagnole.

Contro questi argomenti senza fondamenta sono state create varie campagne di sensibilizzazione e vari programmi per poterli smitizzare, tra le quali vale la pena evidenziare la campagna della Fondazione “Andalucía Acoge” dal nome “Stop Rumores” (1).

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Nel rispetto del proposito e del contenuto di tali campagne e programmi, oltre al fatto che ci si debba chiedere il motivo di tali pregiudizi e contestualizzarli nei rispettivi ambiti locali e circostanziali, sono convinto che essi dipendano in parte dal fatto che i migranti non siano concepiti come cittadini e soggetti di diritto. Per questo motivo in questo post cercherò di esporre alcune argomentazioni teoriche a sostegno di tale tesi.

Credo che sia di vitale importanza la forma in cui si è concepito il cittadino e la cittadina all’interno del processo sociale e storico spagnolo, così come l’immagine che si è costruita di un preteso straniero o forestiero. O meglio, sia il fatto di determinare in maniera aprioristico ed escludente chi è cittadino e chi non lo è, così come il fatto di definire a livello storico e sociale un individuo o un gruppo demografico come straniero o estraneo agli aspetti considerati propri della società spagnola. Dal mio punto di vista credo che siano questioni chiave nel momento in cui ci si domandi se i migranti possano essere considerati cittadini in Spagna o no: in questo senso rilevano le basi a partire dalle quali si considera o meno cittadino nell’attuale società contemporanea un individuo appartenente ad un determinato gruppo demografico. Cioè, mentre in altri momenti storici si determinava la figura del cittadino/a in base alle proprietà o ad altri elementi, attualmente pare che siano cittadini/e coloro che dispongano di un lavoro riconosciuto formalmente e, in base ad esso, paghino i contributi, elemento che permette loro di avere libero accesso ai diritti (quelli sociali in particolare). La centralità dell’elemento “lavoro” nel suo vincolo con la cittadinanza sarà, tra l’altro, il fattore che determinerà la soddisfazione e l’integrazione di un individuo o di un gruppo demografico in un ambito sociale determinato. Ciò fa sì che l’individuo o il gruppo demografico si trovi in una situazione di perenne inclusione ed esclusione o, per meglio dire, in una situazione di inclusione differenziata, dovuta specialmente alle regolamentazioni e alle deregolamentazioni economiche e finanziarie; in altre parole, essere o meno (o sentirsi o meno) integrato nella società dipende dalle circostanze economiche e finanziarie.

Assieme alla condizione di cittadino o straniero va considerata la sua situazione di soggetto titolare (o no) di diritti. Se si scarta la concezione giuridico-filosofica universalista che considera a priori un soggetto quale titolare di diritti e si parte da una visione critica che richiede la necessità di contestualizzare prima i soggetti ed i loro diritti per poter verificare successivamente se lo siano o meno, credo che il concetto di “soggetto titolare di diritti” sia in parte da relazionare con quello di “cittadino”.

In pratica, il godimento dei diritti (soprattutto quelli sociali e ad eccezione dei casi di urgenza, necessità, di minori e di donne incinta) è condizionato al pagamento dei contributi al sistema di Previdenza Sociale. (2) Nel caso dei migranti si aggiunge il fatto che la loro stabilità familiare, sociale, economica ed umana dipende dal pagamento dei contributi, cosa che permetterà loro (o no) di rinnovare il permesso di lavoro e di soggiorno.

In definitiva, in un certo senso buona parte dell’immaginario collettivo spagnolo tende a considerare il migrante come estraneo al proprio ambito territoriale e culturale e, inoltre, date le caratteristiche delle politiche migratorie spagnole e europee (focalizzate sulla finalità utilitaristica), esalta la condizione del migrante come lavoratore e contribuente alla stabilità demografica, bypassando con un semplice escamotage la sua condizione di ESSERE UMANO nonché individuo e/o gruppo culturale.

In base a ciò che è stato appena esposto, si rende necessario risaltare il fatto che le dicerie ed i pregiudizi non si basano solamente sull’ignoranza e sulla non conoscenza, ma anche sulla percezione che i migranti considerati estranei alla società spagnola non possano avere gli stessi diritti della gente del posto. In questo senso, cercherò di sostenere gli argomenti esposti finora sulla base dei dati emersi dalla stessa campagna “Stop Rumores”.

Da questi si deduce che, per quanto riguarda l’uso dei servizi sociali in Spagna, i migranti extracomunitari utilizzano il 13,04% di tali servizi mentre la popolazione spagnola usufruisce dell’83,46%. Se confrontiamo tali dati con quelli relativi alla popolazione residente in Spagna alla fine del 2013, ossia 46.507.760 persone, delle quali 2.676.141 migranti extracomunitari (il 5,7% dell’intera popolazione), credo che la percezione possa essere un’altra. E cioè, il 5,7% della popolazione migrante extracomunitaria rappresenta il 13,04% del totale della popolazione che fa ricorso ai servizi sociali, e ciò dà l’impressione effettivamente che esista un uso eccessivo da parte dei migranti extracomunitari.
Per quanto riguarda l’Andalusia, la percentuale della popolazione extracomunitaria che utilizza i servizi sociali è del 6,9% contro il 90,9% della popolazione spagnola, mentre la cifra demografica alla fine del 2013 era del 3,7% rispetto al totale della popolazione residente in Andalusia.

In conclusione credo che sia necessario ed urgente un lavoro di demistificazione dell’immaginario collettivo riguardo l’appartenenza e l’origine delle persone: dovremmo passare a percepire i gruppi di popolazione migrante non solo come lavoratori ma anche come esseri umani che possono avere accesso ai propri diritti non solo quando pagano i contributi ma in base alla solidarietà umana, e cioè nel momento in cui ne hanno bisogno.
Siviglia, 16 gennaio 2015.

Edileny

(1) È una strategia di impatto comunicativo e sociale promossa dalla Fondazione “Andalucía Acoge” che ha come obiettivo quello di lottare, in maniera continuativa nel tempo, contro i pregiudizi e gli stereotipi negativi che rendono difficile la convivenza e la diversità in Andalusia e a Melilla (http://stoprumores.com/).
(2) Gli esempi contenuti nella riforma sanitaria messa in atto dall’attuale governo ci confermano ciò che è stato appena esposto.

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