Condannate a partorire

L’altro giorno ho assistito ad un evento dal titolo “Cinema e Diritti Umani”. Durante il dibattito che seguiva la proiezione del film è nata una piccola discussione tra il pubblico: una delle donne che partecipava all’evento sosteneva che l’unico modo per mettere fine alla discriminazione delle donne è la possibilità di togliere loro la capacità di partorire.
Ci si chiedeva, con una certa esagerazione, se si potessero risolvere effettivamente i problemi di disuguaglianza se un giorno si riuscisse a far portare avanti l’intera gestazione in provetta.
Questo esempio – che in un primo momento potrebbe addirittura risultare ridicolo – fa uscire allo scoperto una questione molto interessante quale l’origine o la “giustificazione” del maschilismo presente nelle distinte società, culture ed epoche.

Non ho sufficienti conoscenze antropologiche per poter affermare o negare questa idea con convinzione, non so se effettivamente la circostanza biologica di poter rimanere incinta sia la scusa per escludere e discriminare le donne.
Ciò che, però, posso constatare giornalmente è come si cerca di mantenere circoscritta la donna a tale condizione di riproduttrice e allevatrice che, a sua volta, la limita nell’impegnarsi in numerose attività o, semplicemente, nel godersi liberamente determinate situazioni.

Una delle manifestazioni più evidenti di questa ricorrente intenzionalità è la proibizione o la restrizione della sua possibilità di abortire. Quando non si permette ad una donna di abortire non solo la si sta privando della capacità di prendere decisioni che riguardano il proprio corpo ma le si sta anche ricordando che la sua qualifica di riproduttrice e allevatrice è irrinunciabile ed inerente alla sua condizione femminile, oltre che prioritaria rispetto a qualsiasi altra funzione che possa portare a termine.
Lasciando perdere le proprie convinzioni religiose (come non potrebbe essere altrimenti in uno stato aconfessionale) tutto ciò non è altro che un ulteriore strumento che risulta funzionale alla società patriarcale nella quale viviamo e che tanto insiste nel dirigere la vita delle donne.

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A questo stesso obiettivo si dirigeva il progetto di riforma della Legge sull’Aborto spagnola che era in attesa di essere approvato dal Governo. Tale progetto pretendeva sostituire l’attuale legge “di durata” con una legge “di principi”, in cui le possibilità di aborto erano praticamente eliminate, dato che avrebbe permesso l’aborto solo in due casi: se fosse esistito un grave pericolo per la vita della madre, caso estremo che sarebbe dovuto essere certificato da due referti medici differenti; o se la gravidanza fosse stata conseguenza di uno stupro.

Questa modifica avrebbe avuto come conseguenza, nella pratica, il ricorso della donna, in mancanza di referti medici, all’allegare un certificato di stupro per giustificare la sua decisione ad abortire, mettendola nella scomoda posizione di dover esporre la propria sessualità come un qualcosa di sporco o di indesiderabile. In definitiva, la proposta implicava fare un passo più verso questo modello di società – tanto desiderato da alcuni – che si impegna a perpetrare, sotto nuove spoglie, quell’epoca in cui le donne dovevano chiedere il permesso per sposarsi, per lavorare o per aprire un conto bancario.

Sono donna, non sono mai rimasta incinta e non sono madre (per il momento). Dico così perchè so che un giorno vorrò esserlo e mi considero molto fortunata di poter godere appieno di questa esperienza. Ciò che però non voglio, nella benchè minima maniera, è che tutta la mia traiettoria di vita sia determinata da tale fattore e, ovviamente, non sono disposta ad accettare che tale progetto di futuro mi venga imposto. Per questo motivo, come donna, ringrazio tutte coloro che, grazie alle loro rivendicazioni, manifestazioni, lotte o, semplicemente, alla loro forza, sono riuscite a fare in modo che in Spagna non venisse approvata la nuova legge sull’aborto, che ci avrebbe fatto sprofondare ancora di più in quel “paternalismo statale” che tanto danneggia tutte e tutti.

Candela

Foto: Elisabetta

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