Che ne pensi dell’aborto?

Più passa il tempo e più ho difficoltà ad affrontare l’argomento “aborto”, soprattutto con le altre donne. Decidere di interrompere volontariamente una gravidanza è un atto così intimo, così personale che non mi sento nella posizione di criticare o encomiare chi lo compie.

Il mio orologio biologico, poi, scandisce il tempo in maniera sempre più frenetica ed ansiosa, quindi da un atteggiamento estremamente radicale sono passata ad una malleabilità cangiante.

Nonostante esistano delle variabili ormonali che possono farmi propendere verso un “lo farei” o un “non lo farei”, rimango fermamente convinta della necessità di prevedere in ogni legislazione la possibilità per ogni donna di disporre liberamente del proprio corpo.

Alla base delle mie personali convinzioni, infatti, c’è la libertà di autodeterminazione: ogni donna deve essere messa nella posizione di scegliere liberamente se continuare o meno una gravidanza, senza rischiare di incorrere in sanzioni penali e, soprattutto, senza essere obbligata a mettere al mondo una creatura che non desidera.

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Il discorso per noi italiani sembra ormai ben più che consolidato, nonostante la depenalizzazione dell’aborto sia intervenuta pochi decenni fa (1978) e nonostante l’esistenza di gruppi di pressione di associazioni pro-vita che combattono per farlo assurgere al rango di reato in nome del diritto del nascituro.

In Europa sono stati fatti numerosi passi in avanti, basti pensare alla celeberrima sentenza 246 della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo del 29 Ottobre 1992, conosciuta come “Open Door and Dublin Well Woman v. Ireland” con cui il tribunale sanzionava lo stato irlandese per aver proibito alle due associazioni ricorrenti (la Open Door e la Dublin Well Woman, appunto) di diffondere notizie sull’interruzione di gravidanza in Gran Bretagna, appellandosi all’articolo 40, 3, 3 della Costituzione irlandese che prevede “The State acknowledges the right to life of the unborn and, with due regard to the equal right to life of the mother, guarantees in its laws to respect, and, as far as practicable, by its laws to defend and vindicate that right”.

In realtà, nonostante appaia pacifico ai nostri occhi che nel 2014 una donna possa avere una tutela giuridica per disporre liberamente del proprio corpo, la tendenza alla repressione e alla regressione non si è mai placata: così risale alla scorsa settimana la notizia del blocco della riforma della legge spagnola sull’aborto (intesa come un ritorno a delle prescrizioni molto simili a quelle degli anni ’70).

La Spagna, paese europeo altamente progressista, è stata tentata per mesi da spinte moraliste e pseudo-cattoliche che avrebbero messo a repentaglio una delle più grandi conquiste ottenute negli ultimi decenni.

E ciò non deve stupire. Nel resto del mondo esistono numerosissimi paesi in cui l’aborto è illegale (basta dare un’occhiata rapida a wikipedia per rendersene conto), in cui la bilancia della giustizia propende decisamente a favore del diritto del nascituro piuttosto che a favore dei diritti della madre.

Un diritto così cagionevole di variazioni morali ed etiche non deve mai essere dato per scontato, occorre tenere sempre viva l’attenzione su di esso e non interrompere mai il dibattito che ne può scaturire, onde evitare di lasciare spazio a moralismi che potrebbero imbonire le orecchie più titubanti e riportarci tutte nel Medioevo.

Elisabetta

Foto: Elisabetta

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