Puglia Pride 2014

La scorsa settimana nella mia città si è celebrato il Puglia Pride, il primo Gay Pride della nostra storia (su questo link trovate un bel reportage fotografico dell’evento). Molto probabilmente la notizia non apparirà a molti di voi un fatto eclatante: sono anni ormai che in tantissime città del mondo sfilano cortei multicolore, pieni di gente sorridente che rivendica i propri diritti, rivendica il diritto umano ad esprimere il proprio amore nella forma che più si ritiene opportuna.

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Contestualizzando, però, la notizia a livello sociale, culturale e storico, l’idea di aver ospitato un Gay Pride in una città del Sud Italia ha un’incidenza differente.

Ho avuto la fortuna di poter uscire dalla mia campana di vetro e di vivere non solo in differenti paesi ma anche a stretto contatto con diverse culture (siano anche “cugine” o “sorelle” rispetto alla mia) e posso affermare a piena voce che il Puglia Pride, il nostro primo Puglia Pride, è stato un vero passo in avanti.

Mi spiego.

Vivendo all’interno di una comunità risulta molto difficile analizzare con oggettività le pecche che possediamo e fare una seria autocritica, soprattutto se poi la comunità è estremamente orgogliosa e nazionalista. Ma basta uscire di qualche km (e, grazie alla tecnologia, ora si riesce anche ad “uscire” navigando su internet) che la nostra visione della comunità e del mondo in generale cambia.

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La prima volta che ho visto in Spagna una coppia di ragazze che si baciavano tranquillamente per strada – un’effusione composta e tenera – sono rimasta a bocca aperta. Così come quando ho visto passeggiare per la strada due uomini che si davano dolcemente la mano.

Nessuno osservava queste coppie, solo io.

Li fissavo quasi inebetita, il mio era un vero e proprio “cultural shock”.

Io, che mi son sempre professata liberale e anticonformista, che ho sempre preso le difese delle minoranze, mi sentivo un’antiquata retrograda, anche perché i miei amici (giustamente) ridevano di me, ridevano del fatto che guardassi queste coppie come se fossero degli animali da zoo.

Ma non era così, la mia era semplice ammirazione.

In Italia, fino a pochissimi anni fa, l’idea di incontrare per strada una coppia di persone omosessuali in “atteggiamento da eterosessuale” (sic!)  era considerata quasi come se fosse un “atto osceno in luogo pubblico” (sic!). La gente non si sentiva libera di manifestare in assoluta tranquillità il proprio affetto al proprio partner, anche perché le conseguenze potevano essere pericolose (uno fra tanti, vi ricordate le aggressioni omofobe del 2009 al Qube di Roma, storico locale in cui si svolgeva la serata Muccassassina?).

In Italia, moralismi e patriottismi a parte, l’omosessualità è ancora un tabù.

Basti pensare che, dal punto di vista legislativo, siamo forse gli ultimi a livello europeo a non avere previsto l’unione civile tra persone dello stesso sesso, a non aver garantito il sacrosanto diritto di ogni persona a venire tutelata in caso di successione ereditaria, di malattia, di separazione, di progenie e qualsiasi altra bega giuridica.

L’Italia, il Bel Paese, la culla del Rinascimento, dell’arte, del cinema, del mangiar bene, la patria della cultura classica, non ha fatto passi in avanti, è rimasta ferma all’epoca del Rinascimento.

Mentre in tutto il mondo la giurisprudenza ha fatto passi da gigante, noi non abbiamo riconosciuto totalmente le unioni di fatto (siano etero che omosessuali), non abbiamo ancora permesso la fecondazione eterologa, non abbiamo permesso l’adozione ai single (non mi azzardo a parlare dell’adozione da parte delle coppie omosessuali…penitenziagite!).

Per questo motivo, 3000 persone in piazza (1500, inutile a dirlo, per la Questura) in una città del profondo Sud Italia che manifestano per il Diritto ad Amare è una grande notizia che fa auspicare un possibile cambiamento dal basso che, si spera, possa portare anche noi italiani nel XXI secolo.

London, june 2013

Elisabetta

Foto: Elisabetta

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