Il Regno del Contrario

La geniale cantautrice argentina Marìa Elena Walsh ci ha lasciato un’incredibile eredità musicale. Molte generazioni sono cresciute ascoltando, tra le tante altre, la sua canzone più conosciuta, nella quale, con tono festoso, invitava “a vedere come è, il Regno del Contrario”, questo posto in cui “un ladro è un poliziotto e un altro è un giudice/ e due più due fan tre”.

Il breve articolo che voglio presentarvi a continuazione è da una parte un racconto di fatti e accadimenti reali; dall’altra una sfida, un invito a leggere con gli occhi di un bambino e di una bambina e a scoprire in questa storia almeno tre situazioni proprie del Regno del Contrario.

Nell’anno 1978, in piena dittatura militare, il sindaco del municipio di Iruya e successivo sovrintendente, Don Samuel Herrera, ebbe un’idea geniale: intentare una causa per usucapione o possesso ventennale a suo favore per il podere di Rodeo Colorado. In base alle testimonianze delle popolazioni indigene, tale Signore non aveva mai messo piede nel territorio, ma ciò non importò più di tanto ai giudici che fecero caso alle sue pretese, valutando positivamente le misere prove che aveva presentato.

Tramite tale arguzia, divennero di sua proprietà – in forma legale – quasi 10.000 ettari, corrispondenti ai territori delle comunità di Rodeo Colorado, Abra del Sauce, Campo Luján e Vizcarra.

Grazie a ciò, per due decadi vessò gli abitanti originari dei territori. Una volta morto, i suoi otto figli continuarono il legato. In un comunicato di dicembre del 2005, le comunità kolla descrissero l’incontro con uno degli eredi “il quale dice di essere il presunto padrone delle terre ancestrali che possediamo, in cui viviamo e lavoriamo, con la minaccia di sloggiare qualsiasi famiglia che non accetti ciò”.

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In quell’epoca il parroco della Parrocchia di Iruya era il sacerdote spagnolo Juan Jesus Gea, famoso per il suo impegno nella difesa dei diritti delle comunità indigene. Con pragmatismo e mentalità europea pensò di realizzare una campagna di raccolta fondi nel Vecchio Continente, comprare i titoli di proprietà delle comunità per poter così evitare le dilazioni di altri possibili iter amministrativi o giudiziali. Tutti noi avvocati che rappresentavamo e difendevamo le comunità dubitavamo della convenienza di mettere in atto tali azioni, però decidemmo di partecipare ai negoziati per sapere quanto pretendevano incassare da ciò i “presunti proprietari”.

Nessuna di queste azioni andò in porto.

La prima riunione terminò con uno degli eredi che annunciava “a questo prete gli farò cadere, uno ad uno, tutti i denti”.

Nell’incontro successivo anticipai la volontà delle comunità di ritirarsi dalle contrattazioni per mancanza di evoluzioni e di richiedere al Governo nuovi mezzi di rivendicazione, come, per esempio, l’esproprio.

“Quando pronunciate la parola esproprio ascolto comunismo!” esclamò con istrionismo un’altra delle eredi.

Nell’aprile del 2006 si realizzarono le “prime giornate di mobilizzazione e protesta della popolazione Kolla di Salta” alle quali parteciparono circa 500 persone di tutta la provincia. Tutti avevano percorso enormi distanze per poter manifestare, alcuni più di 600 km. Il Governatore Romero, che non si caratterizzava per il suo interesse a risolvere le problematiche indigene piuttosto tutto il contrario, dovette accogliere tale richiesta e spedì alle camere legislative una richiesta di espropriazione. In una delle province argentine più conservatrici e reticenti agli avanzi e/o cambi sociali, tutti i legislatori votarono a favore dell’iniziativa, ad eccezione dei due deputati del trotzkista Partito Operaio. Per motivi politici si opponevano ad approvare un progetto originato dal “romerismo” e sospettavano, tra l’altro, che dietro la manovra si potesse nascondere un negoziato. Nonostante questo, solo loro rifiutarono tale proposta a favore del riconoscimento dei territori ancestrali delle comunità indigene.

Il podere si espropriò con legge provinciale n. 7396. Si festeggiò la sanzione come fosse una vittoria, anche se son dovuti passare sei anni e altre tre manifestazioni simili perché si completasse l’iter burocratico e alla fine si potessero registrare le terre a nome dei legittimi occupanti in qualità di proprietà comunitaria, in forma gratuita e in conformità all’articolo 75, comma 17 della Costituzione Nazionale.

Rodrigo

Foto: Rodrigo

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